Il significato di un orologio in legno gli orologi di modo delle signore

Il significato di un orologio in legno

Moda e stile per la maggior parte delle persone di ogni età, stato sociale e posizione lavorativa  sono cose importanti nella vita: tutti guardano alla moda nell’ottica di rendersi originali, interessanti, comunque  diversi dagli altri.

Mentre infatti un tempo l’orologio era un oggetto di uso quotidiano, molto semplice e non considerato sotto l’aspetto della bellezza, oggi viene data primaria importanza all’aspetto, dalle signore viene usato come un accessorio di moda, quasi come un gioiello!

Abbigliamento, scarpe e altri accessori servono alle persone per evidenziare la propria personalità, per dare spazio alla ricerca dell’ espressione della propria personalità visto che ora abbiamo a disposizione una scelta infinita senza  limitazione di marca: tutto ciò che secondo i nostri gusti ci sembra bello, straordinario ed elegante crea un nuovo stile personale nel mondo della moda, usiamo diversi accessori alla moda come borse, gioielli, orologi da polso, ecc, al fine di apparire, originali, interessanti…

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Gli orologi da polso in legno

Uno degli accessori più importanti utilizzati da un sacco di persone sono gli orologi da polso: ne troviamo in commercio di moliti modelli diversi, vengono prodotti con i materiali più disparati, di ogni sfumatura di colore quindi abbinabili ad ogni tipo di abbigliamento, dal casual all’ elegante, dallo sportivo al professionale.

Gli orologi sono un valore aggiunto per l’affermazione per della personalità di ogni persona: la scelta di orologi descrive la lo stile di ognuno di noi, il nostro personale gusto nell’abbinamento dei colori in modo sorprendente: molti uomini e donne ne posseggono più di uno in modo da poterli indossare nelle varie occasioni che capitano nel corso della vita.

orologio legno polso

Da un po’ di tempo gli orologi in legno sono diventati di uso comune, danno la sensazione di uno stile fresco, giovane, all’avanguardia anche perché sono ecologicamente sostenibili nel totale rispetto dell’ambiente.

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Molte aziende che producono orologi in legno, essendo molto attenti all’eco-sostenibilità,  hanno cura anche del reimpianto degli alberi nelle foreste a rischio, in modo da garantire, entro certi limiti, il ciclo vitale continuo della vegetazione.

Un orologio in  legno non solo caratterizza lo stile di una persona ma anche indica con che  tipo di persona si ha a che fare: ci sono in vari tipi di legno più o meno pregiati, modelli eleganti e sportivi, sfumature di colori più o meno evidenziate.

È importante anche la scelta del legno: se troppo teneri rischia di essere danneggiati nell’uso quotidiano, se sono trattati male possono subire spiacevoli cambiamenti di colore, se troppo duro può essere lavorato male e quindi non avere quell’aspetto elegante che desideriamo.

In particolare gli orologi di bambù danno aspetto un molto elegante: le persone che hanno un completo senso della moda e vogliono apparire ricercati nella società moderna preferiscono indossare questi orologi insoliti, decisamente eccentrici.

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gli orologi di modo delle signore

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Trasfigurazione del Signore: la trasfigurazione è rivelazione, è un alzare il velo su Gesù in modo che il discepolo conosca l’identità più autentica del suo Signore e lo segua con maggior consapevolezza.

Ricorre oggi la festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata a partire dal IV secolo in oriente e dall’XI in occidente.

In questa festa, quasi ignorata o celebrata distrattamente nell’euforia vacanziera che contagia anche molti cristiani, si contempla il volto di Gesù Cristo radioso di una luce di vita e di comunione destinata a tutto l’universo, all’umanità intera.

Nell’intenzione degli evangelisti e di Pietro – che nella sua Seconda lettera invita a discernere nella trasfigurazione un’anticipazione della venuta nella gloria del Signore Gesù Cristo (cfr. 2Pt 1,16-19) – l’episodio della trasfigurazione deve essere letto e contemplato come un evento realmente accaduto nella storia, nella vita di Gesù, davanti a testimoni per i quali ha avuto un significato determinante e attraverso i quali è stato raccontato.

Non si tratta dunque di un mito e neppure di un midrash cristiano: no, la trasfigurazione è rivelazione, è un alzare il velo su Gesù in modo che il discepolo conosca l’identità più autentica del suo Signore e lo segua con maggior consapevolezza.

….. La parola di Dio rivela l’identità di Gesù: egli è il Figlio di Dio che deve fare esodo, cioè patire-morire-risorgere. Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: «Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio, il Giusto!» (cfr. Mc 15,39; Lc 23,47).

Sì, l’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo e oracolo della croce, e la posizione centrale assegnatagli dai vangeli sinottici vuole proprio indicare questa sua qualità di memoriale e di profezia, di compimento di ciò che è stato manifestato nel battesimo e di anticipazione di ciò che avverrà nella resurrezione e nella parusia.

Ma la trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al capo (cfr. Ef 1,22-23; Col 1,18).

Infatti il Primo Testamento testimonia e Gesù interpreta il Primo Testamento; i discepoli, a loro volta, accolgono Gesù, accolgono la testimonianza delle Scritture e accolgono il comando del Padre in vista dell’ascolto del Figlio.

La trasfigurazione può dunque essere colta anche come esperienza di ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture: queste, infatti si sintetizzano in Cristo e conducono a lui; ed è lui, il Figlio amato ed eletto del Padre, che va ascoltato attraverso le Scritture. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano.

E infine la trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare “altro”; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cfr. Fil 3,21), e «la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto» (cfr. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in «cielo nuovo e terra nuova» (Is 65,17; Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù Cristo avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia: ecco la grande speranza che già oggi illumina il nostro cuore…

Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, «il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio» (cfr. 2Cor 4,6): così, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo» (cfr. 2Cor 3,18)

( E. Bianchi )


Orologi per blog
Indicazioni pastorali 2017-18
In questo box l’Agenda delle Indicazioni Pastorali del nostro Vescovo Vincenzo per il 2017-2018

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Salmodie

 

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Encliclica “Laudato sì”
Eventi
Prima giornata diocesana per l'identità dei beni culturali ecclesiali

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Programmazione pastorale
PROGRAMMAZIONE PER L’ANNO PASTORALE 2014-2015



( Cliccando sulle locandina è possibile aprire il calendario con i temi dei vari appuntamenti)



Le notizie


Agenzia Sir

Osservatore Romano

Misna

Zenit

Avvenire
Concerti nelle chiese

Reverendissimi Confratelli, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, come e noto, in data 5 novembre 1987 ha emanato un documento, "Concerti nelle Chiese", attraverso cui offriva a tutta la Chiesa alcune riflessioni circa la musica sacra, la musica religiosa, la consuetudine di ospitare concerti nei luoghi di culto, gli strumenti musicali... riflessioni corredate da una serie di disposizioni pratiche generali con l'invito alle singole Diocesi o Regioni Ecclesiastiche a calarle nel loro contesto con la redazione di un regolamento ad hoc.

Click sull'icona che segue per aprire o scaricare il regolamento in formato PDF

In evidenza dai quotidiani




Il senso della memoria

Ricordati di non scordare”, cantava Battisti a inizi anni settanta. E la pubblicità del film “Memento” gli faceva eco trent’anni dopo: “Ricordati di non dimenticare!”. Frasi paradossali, ma che ben rendono l’idea del significato e dell’importanza della “Giornata della memoria”. L’uno dopo l’altro scompaiono i testimoni-vittime della tragedia della shoah: figli, parenti, amici raccolgono le ultime briciole di racconto di un vissuto impossibile da narrare e da essere accolto come credibile; libri, monumenti, pellicole cercano di fissare una verità che vorremmo tutti rimuovere. E intanto, a furia di rimuovere e di schedare, perdiamo la nostra facoltà di memoria: “Archiviare significa dimenticare”, ammonisce Enzensberger.

Allora il senso e la portata della giornata della memoria va rinnovata ogni anno, non solo e non tanto per trasmettere il testimone alle nuove generazioni, ma prima ancora come terapia per una società malata di amnesia, una società afflitta da Alzheimer collettivo, in preda all’incapacità di conservare memoria di ciò che è stato e, quindi, di discernere ciò che accade e di intuire ciò che avverrà. A livello culturale le nostre difese immunologiche non sanno più come far tesoro, né individualmente né collettivamente, di quelle che chiamavamo le “lezioni della storia”: il linguaggio stesso è superato. Così, per esempio, un paese che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure.
Il teologo tedesco Johannes Baptist Metz, tra i primi e i più acuti nel ripensare la teologia cristiana “dopo Auschwitz”, constatava con tristezza l’affermarsi di un uomo “completamente insensibile al tempo, un uomo come macchina dolcemente funzionante, come intelligenza computerizzata che non ha bisogno di ricordare perché non è minacciata da alcuna dimenticanza, come intelligenza digitale senza storia e senza passione”. Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, individuale e collettivo: è la memoria che compie questa metamorfosi, che coglie, rilegge e interpreta il passato affinché non piombi nel baratro dell’oblio e l’onda del non senso ci sommerga.

Non so quanto siamo consapevoli che si registra un raffreddamento di convinzioni verso ogni forma di “commemorazione”: chi ricorda appare a molti una persona paralizzate sul suo passato che non ha saputo rottamare. Così anche questa giornata odierna rischia di essere ascritta tra le cose che si devono fare ma senza abitarle, senza cioè che ci interpellino in profondità, senza che suscitino in ciascuno di noi responsabilità. Per la mia generazione, andare a visitare i campi di sterminio in gennaio – come feci recandomi con la scuola a Dachau a diciassette anni – era una scoperta che scuoteva fino alle fondamenta la nostra umanità. Oggi rischia di essere un’esperienza tra tante, abituati come siamo alla “conoscenza” delle notizie e degli orrori perpetrati nel mondo intero. In verità, se non ci si ricorda ciò che avvenne nell’epifania del male che colpì gli ebrei, non si è più capaci nemmeno di provare orrore per ciò che può di nuovo accadere.

Ma bisogna anche vigilare per non trasformare il “dovere” della memoria in un’ossessione paralizzante: ricordare le offese e i torti subiti – come persona, come gruppo sociale, etnico o religioso, oppure come membro dell’unica umanità condivisa – non deve servire a riattizzarli, ad alimentare sentimenti di vendetta uguale e contraria, a ridare loro vitalità. Al contrario, la memoria del male serve a farcelo assumere come atto nelle possibilità di ogni essere umano – e quindi anche di me stesso – e a considerarlo vincibile solo attraverso un preciso, ostinato, intelligente lavoro quotidiano fatto di pensieri e azioni radicalmente “altri”. È questo innanzitutto il compito dell’indispensabile “purificazione della memoria”: non un cinico cancellare i misfatti, non una oltraggiosa equiparazione di vittime e carnefici, ma la faticosa accettazione che l’interrogativo postoci emblematicamente da Primo Levi – “se questo è un uomo” – contiene in sé l’ancor più tragica costatazione che “questo è stato fatto da un uomo”.

A quelli che continuano a ripetere “Dov’era Dio?” – e oggi lo fanno senza aver patito nulla, per semplice vezzo letterario – io chiedo di porsi una domanda ancor più seria: “Dov’era l’uomo?”. Sì, dov’era l’umanità? Perché ha taciuto quando sapeva? Perché è stata testimone e per anni ha attenuato o cercato di nascondere quanto accaduto? La memoria è essenziale all’umanizzazione: dove regna la dimenticanza, regna la barbarie.

La memoria diventa allora il luogo dell’indispensabile discernimento, l’esercizio in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito dagli uni come irraggiungibile miraggio e dagli altri come l’ossessivo aggrapparsi all’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, si rottama l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani. In questa accezione la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a eventi e verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”. Se fare memoria è questo operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato, possiamo a ragione far nostre le parole intelligenti e sorprendenti del filosofo ebreo francese Marc-Alain Ouaknin, che così parafrasa il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, cioè: Ricordati del tuo futuro!”.

(Enzo Bianchi - La Stampa 27 gennaio 2016)

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«Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

Cliccando sulla immagine dell'inizio è possibile aprire il trailer video

Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia.

Des Hommes et des Dieux ,
premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.



Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).


Il rosso e il Blu
Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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Frasi di auguri religiose per un Battesimo

Il Battesimo è il primo dei sacramenti per ogni cristiano, un evento importante e fondamentale del suo percorso religioso. Per sottolineare l’importanza del valore di questo sacramento, che cancella il peccato originale e accoglie il bambino nella grande famiglia cristiana, abbiamo raccolto una serie di frasi di auguri religiose adatte al Battesimo, la giusta scelta per quei genitori che vivono con fermento la propria fede.

  • Il Battesimo è il ponte che Gesù ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l’arcobaleno divino sulla nostra vita.
    (Benedetto XVI)
  • Il Battesimo è un atto di fratellanza, un atto di filiazione alla Chiesa. Nella celebrazione del Battesimo possiamo riconoscere i lineamenti più genuini della Chiesa, la quale come una madre continua a generare nuovi figli in Cristo, nella fecondità dello Spirito Santo
    (Papa Francesco)
  • Colui che ha conservato l’innocenza del suo Battesimo è come un figlio che non ha mai disobbedito al padre.
    (Curato di d’Ars)
  • Oggi è un giorno speciale perché comincia il tuo percorso verso la fede. Ci auguriamo che la strada della tua vita sia sempre illuminata dall’affetto dei tuoi cari, dalla stima delle persone che ti saranno accanto e dall’amore di Dio che custodirai dentro di te. Auguri per il tuo Battesimo!
  • Con il sacramento del Battesimo, da oggi, inizia il tuo cammino verso la fede, un cammino illuminato dall’amore di Dio e da tutte le persone che hai intorno a te.
  • Al piccolo (nome del bambino/bambina) l’augurio che la benedizione che oggi hai ricevuto da nostro Signore ti accompagni per sempre nel cammino della tua vita!
  • Quando sei nato sei entrato a far parte della nostra famiglia, oggi entri a far parte di una famiglia ancora più grande, quella di nostro Signore. Che ti possa essere di aiuto in un lungo cammino di felicità e gioia.
  • Auguro al piccolo (nome del bambino/bambina) di crescere nell’amore della sua famiglia, in salute e serenità, protetto sempre dallo sguardo benevolo del Signore.
  • Oggi fai il tuo primo piccolo passo nell’avvicinarti a Dio. Tendigli la mano ed affidati a Lui: saprà guidarti e proteggerti.
  • Per il tuo battesimo ti porgiamo i più sentiti e sinceri auguri, che il Signore sia con te, oggi e per sempre.
  • Tanti auguri a te (nome del bambino/bambina) che oggi ricevi la luce del Signore. Che questo giorno sia bianco non solo nelle vesti ma si conservi durante tutto il cammino della tua vita.
  • Oggi avrai il primo e più importante incontro della tua vita, quello con Gesù. Ti auguro di non smarrire mai la strada del Signore, e ti faccio i miei più cari e sinceri Auguri per il tuo Battesimo.
  • Che il Signore accolto nel tuo piccolo cuore in questo giorno ti trasformi in uno strumento di pace e di amore.

Frasi di auguri religiose per un Battesimo, 10.0 out of 10 based on 1 rating

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Autore : Brigitte, 15/04/2017

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    «Il Piccolo Principe» è il capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry pubblicato 70 anni fa ed è uno dei libri più letti nel mondo.

    Dopo la Bibbia, ha il secondo posto in classifica insieme a Pinocchio di Collodi.

    È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti. In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti.

    Narra, in prima persona, “l’ incontro tra l’ autore ed il Piccolo Principe”.

    Sei anni prima il pilota- geografo Antoine ebbe un incidente col suo aereo mentre sorvolava il Sahara. Al risveglio della prima nottata nel deserto, una vocina incominciò ad infastidirlo, subito si alzò di scatto per vedere chi fosse e vide un bambino. In alcuni giorni riuscì a capire che lui si faceva chiamare il Piccolo Principe e che veniva da un piccolo pianeta chiamato : Asteroide B 612.

    Ben presto, quando i due presero più confidenza, il Piccolo Principe iniziò, anche, a raccontare ad Antoine il suo viaggio sino alla terra.

    Lui non aveva una meta precisa, e voleva viaggiare. Per iniziare il suo viaggio, approdò su un altro piccolo pianeta dove stava un re, un re che diceva di comandare su tutto e su tutti, ma era tanto triste e solo;

    sul secondo pianeta incontrò un vanitoso che cominciò a domandargli quanto per lui fosse bello quell’ uomo, ma il piccolo principe non capendo cosa se ne sarebbe fatto quell’ uomo delle sue lusinghe , se ne andò altrove;

    nel terzo pianeta trovò un ubriaco a cui chiese cosa stesse facendo, e lui quindi rispose che stava bevendo alcolici per dimenticare la sua vergogna, così se ne andò via subito;

    il quarto pianeta era abitato da un uomo d’ affari che contava le stelle per diventare ricco e comprare altre stelle;

    sul quinto pianeta v’ era spazio solo per un lampione e l’ uomo che lo accendeva e lo spegneva ogni minuto; Sull’ ultimo pianeta visitato dal Piccolo Principe prima di arrivare sulla terra, trovò un geografo che aspettava gli avventurieri per disegnare sempre nuove carte geografiche.

    Nei giorni seguenti il Piccolo Principe cominciò ad essere molto triste e un giorno…l’incontro con la volpe …

    Dietro le storie di queste persone si nascondono i vizi e le virtù di ogni uomo e il passo successivo che si deve compiere per migliorarsi e stare in armonia con gli altri e con se stessi.

    Quello che traspare dal libro “Il piccolo principe”, che ha segnato generazioni con il suo significato tangibile, è come gli uomini crescendo riescano a perdere il candore e il contatto con le cose importanti, non cogliendo più il senso di ciò che possiedono, che vivono e provano.

    Tanti i tentivi di nettere in scena il libro ma quello di Mark Osborne è un grande sforzo di incredibile ardire poetico.

    Nel film molte le libertà ma con l’obiettivo di “salvaguardare la storia originale, sia per quelli che l’avevano amato che per quelli che ancora non la conoscevano, costruendo intorno una storia più grande …”.

    La storia più grande è quella di una bambina senza nome (se lui è The little Prince, lei è The little girl) nella difficile fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, sta per compiere nove anni e ha già pronto il suo regalo, un microscopio per migliorare in biologia come le annuncia la mamma settimane prima del compleanno. E’ questa mamma single ad aver pianificato tutta la sua esistenza: la sta preparando ad una vita di impegno e sacrificio per entrare nel mondo degli adulti.

    L’incontro tra la ragazzina e l’aviatore, un ipotetico Saint-Exupery ormai invecchiato, ispirato allo scrittore che nella realtà è scomparso a 44 anni scompaginerà i suoi piani. E quell’aeroplanino fatto con un foglio strappato su cui è tratteggiata l’iconica immagine del Piccolo Principe, quella creata dallo stesso autore, e che dalla prima edizione del ’43 ha sempre accompagnato la pubblicazione del romanzo, permetterà alla piccola protagonista di partire per un viaggio straordinario.

    Il Film , presentato a Cannes fuori concorso, arriverà in sala il prossimo Natale.

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    Di seguito una delle clip di un esperimento di Teatro-musica realizzato oltre 10 anni nel tentativo di mettere in scena il libro più bello e più letto dopo la Bibbia.

    Des Hommes et des Dieux ,
    premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria,è un film dove emerge la pluralità, non si fa leva su un unico credo. Lo spettatore viene portato dentro gli animi di chi vive la propria religiosità senza confini, accogliendo e amando il prossimo, senza differenze.



    Xavier Beauvois porta sul grande schermo la strage di sette monaci cistercensi di Thibirine sullo sfondo della guerra civile in Algeria nel 1996; ancora oggi non è stata fatta completa luce sulla vicenda: all’inizio l’eccidio fu rivendicato dalla Al-Jama’ah al-Islamiyah al-Musallaha, il gruppo armato che mirava a rovesciare il governo, ma fonti francesi hanno sempre ritenuto plausibile l’ipotesi che i religiosi siano stati trucidati da reparti dell’esercito algerino, nel quadro di una strategia della tensione o di un “errore”.
    Di fronte allo scorrere delle immagini, e della vicenda, ragioniamo su cosa significa credere in un Dio, su cosa significa essere religiosi, su cosa vuol dire mettere la propria vita al servizio del prossimo, mossi da una vocazione; vocazione che sembra vacillare di fronte alle crudeltà della vita, ma che allo stesso tempo riporta sui giusti binari, spinge al pensiero; è solo dopo matura riflessione che si decide di continuare a camminare verso un’unica direzione. Si decide di andare avanti, di incontrare l’altro, l’apparentemente diverso, e di morire. Ci troviamo di fronte a una visione critica della spiritualità. Perché si tratta più di spiritualità che di Dio nel nel film di Beauvois; spiritualità che porta a fare delle scelte solo apparentemente incoscienti, spiritualità che porta ad essere pluralisti. Spiritualità che porta anche a morire, a morire per incontrare l’altro, in un paradosso etico. Immensamente morale. Ma qui si parla non di finta moralità, bensì di qualcosa di ben più elevato: si parla di connubio, di unione, di andare con l’altro, anche se diverso, uguale e fratello, anche nella morte, anche se ci porta al martirio. A morire è l’umanità, e allora la morte assume un carattere sacro. Torna l’ultima cena (la scena dei monaci riuniti attorno al tavolo con la colonna sonora della Morte del Cigno, tratta da Il lago dei Cigni di Cajkovskij, è davvero toccante) e tutto si fa unico: i monaci, il monastero, il villaggio, i soldati. Tutto si unisce, in un finale tragico quanto straordinario.
    ( di seguito il PPT con le foto originale dei martiri )
    Nelle diapositive Sono stati associati, ai “sette dormienti di Efeso”, martiri cristiani murati in una grotta e che sarebbero risuscitati circa due secoli dopo. Quello che è interessante è che sono venerati sia dai cristiani che dai musulmani (ne parla il Corano).


    Il rosso e il Blu
    Il tirante che trascina il film nella sua (solo apparente) esilità, è la volontà di incontrarsi che a volte salva gli esseri umani dall’apatia. In questa lotta per la sopravvivenza (mentale, ma non solo) a volte si è nobili, a volte patetici, a vote ridicoli. E il film, questi registri, li padroneggia tutti
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